Alla fine del diciottesimo secolo un medico tedesco, il
dottor Samuel Hahnemann, stanco di vedersi impotente di fronte alle malattie
dei suoi pazienti, decise di abbandonare la professione attiva per mettersi a
tradurre testi scientifici. Lo spirito critico di questo scienziato lo portò a
scontrarsi con le affermazioni del suo collega scozzese Cullen, che tentava di
spiegare nella sua “Materia Medica” il meccanismo d’azione della corteccia di
china, allora utilizzata per curare la malaria.
Da
sperimentatore che era, nel 1790 Hahnemann decise verificare quanto detto dal
collega, usando sé stesso come cavia. Il fatto straordinario fu che le ripetute
somministrazioni di china provocarono nel suo organismo, sano, una
sintomatologia del tutto sovrapponibile a quella da lui stesso riscontrata nei
suoi pazienti affetti da malaria.
Il
dottor Hahnemann aveva appena scoperto, sperimentalmente e per puro caso, il
principio fondamentale dell’omeopatia: “un farmaco è capace di curare quei
sintomi che si osservano dopo la somministrazione dello stesso farmaco in
soggetti sani”.
In
altre parole, arrivò a capire che per trattare omeopaticamente un malato è
necessario stabilire una similitudine fra il suo quadro sintomatologico ed il
quadro tossicologico provocato in un soggetto sano da una certa sostanza.
Somministrando a dosi infinitesimali quest’ultima, i sintomi del malato
tenderanno a scomparire. Questo, chiaramente, in teoria. In pratica la faccenda
si complica notevolmente.
Tralasciando
il resto della storia dell’omeopatia, arriviamo ai giorni nostri. Il numero
delle persone che nel nostro paese ricorre alla cosiddetta medicina alternativa
in generale ed all’omeopatia in particolare, è in costante aumento. Non credo
che questo fenomeno sia riconducibile unicamente ad un fatto di moda, penso
invece che questo tipo di approccio alla malattia vada in molti casi a
beneficio del paziente. L’omeopatia veterinaria non è altro che una conseguenza
di questi successi in campo umano, se possibile ancora più entusiasmante perché
la semplicità mentale dei nostri animali ci permette di lavorare
tranquillamente al riparo dal tanto invocato “effetto placebo”. Se un animale
guarisce, salvo pochissimi casi, il merito va esclusivamente al farmaco
somministrato ed a chi l’ha scelto.
Ne
parlerò più estesamente nei prossimi articoli, ma a questo punto è necessario
anticipare un concetto per me importantissimo: l’omeopatia non è la panacea
universale, ma solo una freccia in più all’arco di quei veterinari che hanno
voglia di guardare al di là di quello che l'università prima ed il mondo del
lavoro poi, ci hanno insegnato. Certo, per fare questo è necessario abbandonare
la disperata ricerca a tutti i costi di un meccanismo d’azione, per dedicarsi
all’osservazione dei vari modi in cui un organismo può reagire ad uno stimolo
nocivo, sia esso una malattia organica, un avvelenamento od un trauma.
Questo
è l’omeopatia, un allargamento dei nostri orizzonti mentali, che ci permette di
avere una carta in più da giocare di fronte ad un animale che soffre, con
l’assoluta, sacrosanta libertà di poter scegliere se affidarci, dopo una
rigorosa diagnosi clinica, a questa o alla medicina allopatica. O, perché no,
ad entrambe. Questo è il motivo per cui, anziché “alternativa”, preferisco definire
l’omeopatia “medicina integrativa”.
Ero
ancora uno studente quando entrai nell’ambulatorio di quello che poi divenne il
mio Maestro, nonché uno dei miei più cari amici, domandando se fosse disposto a
sopportare le mie domande insistenti riguardo a quella che allora era la mia
passione ed è diventata, tempo dopo, anche la mia professione.
Infarcito
com’ero di rigidi nessi causa-effetto, di relazioni assolutamente prevedibili
fra la somministrazione di un farmaco e la reazione di un organismo, rabbrividii
quando mi resi conto che questo veterinario usava, fra le altre cose, anche la
medicina omeopatica.
Per
una volta evitai commenti e decisi di stare a vedere come funzionava questa
strana medicina…che a rigor di logica, stando ai testi sui quali fino ad allora
avevo studiato, non avrebbe potuto dare nessun risultato.
Il
problema fu che le mie granitiche conoscenze cominciarono presto ad incrinarsi,
perché effettivamente, nei pazienti trattati con prodotti omeopatici, i
risultati non tardavano a manifestarsi.
Mi
ci volle un bel po’ di tempo per seppellire lo scetticismo, ma la curiosità e
lo stupore ebbero ad un certo punto la meglio e mi spinsero ad approfondire
quell’argomento che fino a qualche mese prima credevo di esclusiva pertinenza
di loschi figuri con il cappello a punta.
Successe
un giorno, tornando dall’università alla vigilia di un esame molto impegnativo.
Vidi un cagnolina bianca e nera che si aggirava spaventatissima nelle campagne
bolognesi. Definirla proprio cane mi sembra eccessivo, diciamo che assomigliava
di più ad un mucchietto di ossa con quattro peli addosso. Con l’aiuto di quella
che ora è diventata la mia socia in ambulatorio, riuscimmo ad avvicinare quel
povero animale, che vistosi raggiunto si lasciò cadere a terra con gli occhi privi
di speranza.
Aveva
circa un anno e sembrava una setterina in miniatura, la classificai come
“seiemezzer” e decisi di portarla a casa, visto che non me la sentivo di
affidarla al canile comunale.
Come
ho detto era magrissima. Quando la pesai per decidere la dose di antibiotico da
somministrarle, la lancetta della bilancia si fermò ad otto chili; se
consideriamo che oggi il suo peso forma si aggira intorno ai sedici chili,
anche se da allora non è cresciuta di un centimetro, possiamo farci un’idea
delle condizioni spaventose in cui si trovava.
Le
uniche zone del corpo in cui la pelle non aderiva alle ossa erano le zampe,
incredibilmente gonfie dai gomiti e dalle ginocchia fino ai piedini, tempestati
di ferite causate dalla penetrazione di un numero imprecisato di spighe.
Le
feci un bagno, visto che l’odore che emanava non era decisamente dei migliori,
poi con delicatezza iniziai a rimuovere le ariste che ancora non erano
penetrate a fondo.
E
tutte le altre? All’università avevo già visto casi simili, ma mai di
proporzioni paragonabili. Le spighe non possiedono la retromarcia, a causa
della loro forma è fisicamente impossibile farle uscire da dove sono entrate.
Non sono cattive, ma nel corso degli anni le ho viste provocare tanti e tali
danni da non riuscire più a parlarne senza un certo astio.
Mentre
nella mia mente balenavano già immagini di interventi chirurgici con irrisorie
possibilità di riuscita, perché il tutto puntualmente si risolve nel cercare un
ago in un pagliaio, decisi di chiamare il Maestro. Ricordo solo due parole di
quella concitata conversazione telefonica: Hepar Sulfur. Fu quello il primo
rimedio omeopatico che somministrai ad un animale, fra l’altro credendoci ben
poco. Ma era l’unica speranza che avevo ed a quella mi attaccai.
Non
so come fu, ma dalle ferite fra i polpastrelli della cagnolina cominciò a
gemere una quantità incredibile di pus; a quarantott’ore dall’inizio della
terapia omeopatica, mentre le ripulivo le zampe da tutto quello schifo, notai
che qualcosa spuntava da una delle fistole. La presi con le pinzette e
delicatamente tirai…una spiga con la retromarcia!
Nell’arco
di una giornata ne uscirono altre cinque o sei, mentre le condizioni della
cagnolina andavano rapidamente migliorando. Dopo una settimana le zampe erano
quasi del tutto sgonfie, le fistole asciutte e chiuse. La febbre era sparita ed
un sorprendente appetito le stava donando un aspetto decisamente meno
scheletrico.
Guardai
i suoi occhi, nei quali era ricomparsa la scintilla della vita e mentre
scodinzolava riconoscente le dissi: “Ho trovato un nome per te. Ti chiamerai
Spiga.”.
La
settimana successiva mi iscrissi ad un corso triennale di omeopatia.